Oggi
abbiamo dentro il cuore di una città di 90000 abitanti un pezzetto di paesaggio
agrario marchigiano storico, con filari di peri e aceri a cui erano maritate le
viti, e lunghe strisce di seminativo tra i filari, abbiamo ancora salici lungo
i fossi, e in tutto questo si scopre che esiste una piccola ricchezza
floristica, un abbondante popolazione di gladiolo, giacinto romano, alcune
orchidee, nascosti tra le alte graminacee che ondeggiano al vento..
E’
la bellezza di un grande campo che si muove sotto l’azione del vento e cattura
l’occhio, donando gratuite sensazioni minuscole dal grandissimo effetto sull’anima.
La
complessità e la ricchezza biologica e storica del parco pongono il problema di
come gestirle e fruirle.
Lo
abbiamo voluto libero quanto bastava per potercisi sedere, sdraiare, per
giocarci, farci merende, ma è evidente che alcune aree sono più delicate e
dovremmo usarle senza danneggiarle per conservare quella bellezza che il parco
ha per tutti.
Capire
che in alcuni tratti di prato sarebbe bene non stendere coperte per non
schiacciare i fiori, e non cogliere quei fiori affinché altri possano goderne,
è un grande avanzamento culturale, dall’uso egoistico del parco ad un uso che
ammetta il diritto di altri di godere delle stesse cose di cui abbiamo goduto
noi.
Non
si dovrebbero cogliere le orchidee appena sbocciate, nessun altro le vedrebbe
più.
Non
si dovrebbe venire al parco con le sporte da riempire di pere, di cachi, di
fichi, portandosi via tutto. Un frutto si può cogliere e mangiare, prenderli
tutti è un gesto di grande arroganza e rapina.
Il
problema più grande del parco è la qualità della fruizione.. Direi che è
l’educazione che si chiama anche rispetto.
I
cestini sono onnipresenti, eppure ogni giorno si devono raccogliere rifiuti ,
dappertutto…
Che
disprezzo intollerabile verso tutto e tutti. Ci agisce così non si merita il
parco. Dovrebbe rimanere a casa propria!
Appunti tratti dalla
relazione di Andrea Fazi tenuta il 3 maggio 2014 alla biblioteca Bobbato sul
Parco Miralfiore di Pesaro.