Tanti tricolori
rovinati penzolano nelle nostre città
“Chi
rispetta la bandiera da piccolo, la saprà difendere da grande”. E’ una tipica
frase da libro Cuore. Infatti fu messa in bocca da Edmondo De Amicis a un
vecchio ufficiale in pensione cha aveva fatto la guerra di Crimea e che parlava
con quella fierezza anacronistica, decisamente patriottico -militaresca, a un
gruppo di giovani.
Si
potrebbe postillare banalmente che se la bandiera non la rispettano i grandi,
tantomeno sapranno rispettarla i piccoli. Se poi il tricolore viene maltrattato
nelle scuole e nei luoghi istituzionali della maggiori città, dove spesso
penzola sfibrato e stracciato senza avere neanche più la forza di sventolare,
viene fuori fatalmente il quadro di un Paese che ha perso l’amor proprio e il
senso orgoglioso di un’appartenenza, pur non essendo da tempo -grazie al cielo-
militarescamente patriottico come desiderava l’ufficiale deamicisiano. Perché questo,
semplicemente, dovrebbe essere una bandiera: il simbolo dell’orgoglio
nazionale, in cui si riassume il vivere collettivo( e non solo quando gioca la
Nazionale ma anche nella vita ordinaria).
Non
c’è nessuno straccio di Paese (povero,distrutto,affamato) che abbia perso a tal
punto il senso della collettività da non credere più nel proprio simbolo.
Non
c’è immagine più tristemente significativa del tricolore che si affloscia
pallido ed esausto dalla facciata di un palazzo pubblico: scuola,tribunale,teatro,caserma…
Dal
Sud al Nord, senza distinzione, la bandiera è abbandonata al suo destino dall’incuria,
dalla strafottenza, dall’indifferenza, le stesse che lasciano andare a rotoli i
monumenti e il patrimonio culturale in cui dovrebbe riconoscersi una comunità
che abbia memoria e consapevolezza di sé e dalla propria storia. Come se il
loro malinconico destino non fosse il nostro stesso destino. Non simbolico ma
molto reale.
Dall’articolo ( parte
iniziale e finale) di Paolo Di Stefano pubblicato dal Corriere della Sera del
17 giugno 2013.