Non
c’è nulla che non possa diventare un oggetto contundente. Persino una penna può
ferire, un libro può far male.
Bisogna
sapere come usarli, e a quale scopo. Figurarsi se non può offendere una chat o
una frase su WhatsApp. Numerose ricerche indicano nel cyber bullismo un
fenomeno diffuso e pericoloso: provoca depressioni, angosce, pensieri di
suicidio.
Ne
devono essere consapevoli i tanti genitori che mettono uno smartphone in mano
ai figli, infanti o adolescenti. Educazione alle regole e ai limiti è la parola
chiave sin dalla culla. Ma quanti adulti, anche nella vita pubblica, danno
quotidianamente esempi opposti? Di oltraggio verbale, di eccesso sconsiderato
nell’uso delle parole.
Vige
l’assurda e astratta idea che la blogsfera sia una specie di far west senza
regole in cui tutto, specie se in incognito, è permesso: scherzi trucidi,
sfoghi di frustrazioni e di istinti primordiali. Se è così, tutto ciò che serve
a riportare al senso della realtà è benvenuto: lo choc diventa inevitabile e
salutare. Dunque, non si può che solidarizzare con il preside di Parma, che ha
messo in piazza la violenza verbale dei suoi alunni, stufo di quel fasullo
mondo parallelo in cui tutto sembra concesso (dall’irresponsabilità dei genitori
prima che dell’incoscienza dei ragazzi).
Nella
società liquida è difficile essere severi, ma bisognerà pur assumersi il dovere
del divieto, per non arrivare a violare la sacrosanta riservatezza dei propri
figli. Che significherebbe mandare a monte ogni rapporto di fiducia, cioè
tutto.
Articolo di Paolo Di Stefano
pubblicato sul Corriere della Sera del 2 dicembre 2015